Ars memorandi

Giordano Bruno e l'arte della memoria

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lunedì 16 ottobre 2017

Natura, magia e memoria nel 'Canto di Circe' di Giordano Bruno


1. Premessa

L’opera intitolata Cantus Circaeus, pubblicata da Giordano Bruno a Parigi nel 1582, richiede al lettore di farsi parte attiva nella ricerca dei collegamenti interni, dei sensi riposti, delle cifre interpretative intorno a cui costruire una lettura compiuta e coerente. Per il suo ricco apparato simbolico, per la dichiarata volontà dell’autore di lasciare nell’ombra il nucleo vivo, filosofico e pregnante del suo discorso, questo lavoro dedicato al conoscere memorativo si offre come un testo “aperto” e plurivoco, suscettibile di interpretazioni molteplici. Del resto, basta ripercorrere sommariamente le vicende della
sua ricezione per rendersi conto di quali svisamenti, condanne e perplessità il Canto di Circe abbia suscitato, al punto da rendere assai controversa la sua collocazione: per taluni era opera dedicata alla magia ermetica, per altri una satira irriverente del papa e della corruzione ecclesiastica, per altri ancora una prassi della memoria di difficile applicazione.
Esteriormente l’opera si presenta come una giustapposizione di due dialoghi: il primo (che chiameremo per brevità Canto) descrive la magica metamorfosi operata da Circe per ristabilire le leggi di natura e per rinnovare il vincolo di verità fra apparenza ed essenza; il secondo contiene il metodo per applicare l’arte della memoria al Canto. E proprio nelle battute iniziali di questo secondo dialogo, Giordano Bruno si rivolge per via mediata al lettore, dando indicazioni su come questo libro dal carattere duplice (di un «duplex de cantu Circaeo et eius ad memoriæ Artem applicatione dialogus» parla la lettera dedicatoria) possa essere inteso. L’allievo Alberico osserva infatti che la lettura, appena conclusa, dell’incantesimo circeo ha purtroppo consumato la maggior parte del tempo assegnato allo studio dell’arte memorativa; per questo motivo, egli vorrebbe senz’altro rinunziare alla fatica d’intendere i sensi allegorici celati nelle profondità del Canto, per imprimere invece nella mente – utilizzando le mirabili strategie mnemoniche insegnate da Giordano – la molteplicità di eventi che costituisce la forma esteriore del dialogo. Il maestro Borista ben volentieri lo asseconda, propo­nendo di leggere e commentare un’esposizione applicativa dell’Arte, concepita per quegli studiosi che trovano oscuro e

inaccessibile l’insegnamento mnemotecnico che Giordano ha affidato al libro Sulle ombre delle idee. Esiste, insomma, un agile manua­le che rende accessibile a tutti la nuova ed efficacissima prassi del giudizio e della memoria. Queste parole di Bruno-Borista ci trasmettono indicazioni che meritano attenta valutazione. In primo luogo, testimoniano il bisogno di far fronte alle critiche degli allievi parigini che, desiderosi di ottenere rapidamente i vantaggi promessi dall’arte della memoria, giudicano astratte e criptiche le spiegazioni filosofiche di Bruno – quegli stessi allievi che avevano alterato e imbrattato («vitiata et conspurca­ta») le copie manoscritte del Canto fatte circolare da Bruno. In secondo luogo, le parole del maestro Borista suggeriscono all’avveduto lettore di adoperarsi per scoprire ulteriori strutture e livelli di significato.
Il punto di partenza di questo nostro lavoro dedicato al Cantus Circaeus è la convin­zione che in questo duplice dialogo (insieme filosofico e mnemotecnico) Circe stessa – la figlia del Sole che invoca le divinità planetarie e poi innalza «carmi barbari e arcani», per arginare il chaos distruttore di ogni modus, ogni limite, ogni connexio – agisca come una icastica figura della memoria bruniana, in cui sono contratte ed esem­plate luminose intuizioni filosofiche. In questa prospettiva, è possibile leggere il Cantus Circaeus come una composizione unitaria, in cui si intrecciano in forma di contrappunto la voce numinosa di Circe e le voci di Borista e Alberico, i cultori di un sapere innovativo ed effettuale, il cui esito eminente è lo straordinario potenziamento della memoria. Emergono così profonde connessioni fra la magia ordinatrice di Circe e la «nova filosofia» di Bruno, espressione di un uomo formatore e costruttore di civiltà, in lotta contro le potenze disgregatrici del tempo (il caos delle guerre di religione, la violenza dilagante, il sapere sterile dei pedanti). Come Circe, levando il suo sguardo all’unico Sole, ristabilisce coerenza e unità nel mondo, così il filosofo distoglie il suo occhio dalla superficie cangiante dei fenomeni, per cogliere l’unità essenziale che sta al fondo di ogni pluralità.
Procedendo per rapidissimi cenni, ci limitiamo qui a segnalare come Bruno, per illustrare la sua arte memorativa, ricorra a una figura del mito ricca di significazioni e ben nota ai suoi contemporanei (la Signora delle fiere, Circe esperta d’inganni e di pozioni, la seduttrice, la tessitrice dal canto soave), trasfigurandola e arricchendola di profonde valenze filosofiche. Nel Canto, Circe ha il compito di rappresentare in figura la natura intesa come «grande maga», come materia che tutto genera e dissolve e – a nostro avviso – come forza che tiene insieme il mondo e ne impedisce la disgregazione, levando alta la sua voce contro il chaos.
Il cultore della memoria deve dispiegare una simile capacità ordinatrice, imparando in primo luogo a vedere oltre l’apparenza. Il Cantus Circaeus è interamente costruito sul tema dello sguardo e del suo continuo rovesciamento: dalla corteccia al midollo, dalla superficie all’essenza, dai molti all’Uno, dal chaos irrelato all’ordine implicito. Ma per poter guardare il mondo con occhi nuovi, l’artefice della memoria deve produrre una metamorfosi nella sua stessa interiorità: dapprima riconoscendo lo stato di torpore e passività che affligge la sua mente, sedotta da innumerevoli impressioni sensibili e da proteiformi immagini fantastiche; poi costruendo in sé stesso un principio egemonico e ordinatore, un Sole irraggiante che connetta tutto con tutto. Come i compagni d’Ulisse vittime dell’incanto circeo, l’amante del vero e del bene deve riconquistare la sua umanità.
Soltanto in anni recenti, grazie al lavoro critico ed esegetico di Michele Ciliberto e degli studiosi che lo affiancano, le opere mnemotecniche di Bruno hanno suscitato l’interesse che meritano. In particolare, nel nostro tentativo di intendere la figura di Circe e l’arte della memoria, abbiamo ricavato illuminanti suggestioni dalle ricerche di Nicoletta Tirinnanzi, S. Bassi; dal saggio curato da M. Matteoli e R. Sturlese, Il Canto di Circe e la ‘magia’ della nuova arte della memoria del Bruno (come opportunamen­te evidenziato nelle note bibliografiche). Rimane a nostro avviso fondamentale, per comprendere il significato di Diana e di Circe nella filosofia nolana, l’opera di I.P. Couliano, Eros et magie à la Renaissance.
Da ultimo, un accenno al latino utilizzato da Bruno. Dissentendo da quanto hanno affermato in passato alcuni studiosi, riteniamo che la prosa latina di Bruno sia straor­dinariamente viva ed estrosa, davvero efficace nell’evocare il prodigio circeo. Una lingua personale e libera, ricca di dissonanze, lontana dal formalismo dei pedanti.



2. L’Uno e i molti
Che ne è della giusta misura assegnata alle cose? e dove sta, in natura, il limite che separa il lecito dall’illecito1? Queste sono le domande che Circe, dea e figlia del Sole, pone nel primo dei due dialoghi che compongono il Cantus Circaeus, un trattato davvero singolare – per intreccio di temi e per sviluppo – pubblicato da Giordano Bruno a Parigi nel 1582, e dedicato all’illustrazione della sua arte memorativa.
Rivolgendosi al Sole, espressione visibile del principio unitario che governa l’immensa varietà delle cose, Circe lamenta il disordine universale: la realtà è sovvertita da un profondo dissidio, è messa sottosopra da un chaos lacerante ed evidentissimo (minime occultum chaos), al punto che nulla è come dovrebbe essere e nulla si mostra per ciò che veramente è. Nell’età della decadenza e dell'anomia, ogni accadimento si inscrive nella logica dell’ipocrisia, della dismisura. Ecco allora che ogni segno esteriore contraddice l’interiorità: persino i corpi umani sono degradati a ciechi involucri attra­verso cui schiere di anime bestiali, che indegnamente se ne appropriano, diffondono iniquità e menzogna. Nella folla innumerevole degli esseri dal volto umano, vi sono oramai pochissimi veri uomini.
Qui il lamento di Circe fa immediatamente pensare alle guerre civili di religione, alle sanguinose lacerazioni, alle inaudite violenze che sconvolgono l’Europa nel secondo Cinquecento. Se la vergine Astrea ha definitivamente abbandonato la dimora degli uomini, se non vi è Giustizia né misura («modus») nel mondo e in chi lo governa, c’è da chiedersi per quale motivo i mari non si mescolino ai fuochi e gli astri lucenti non precipitino nelle terre nere. Invocando l’intervento risolutore del Sole – l’Apollo splen­dente, il fondamento della concordia universale, l’occhio del mondo – Circe riformula la sua domanda: perché madre natura ci fa patire una simile ipocrisia? Se un numero davvero esiguo di anime razionali è stato plasmato, perché gli spiriti ministeriali conti­nuano a forgiare in soprannumero corpi che hanno un sembiante umano? Un’empia ribellione, un processo di dissoluzione, una rottura dei sigilli, un indebolirsi delle leggi che secondo giustizia (iura rerum) dovrebbero governare le cose: da tutto ciò scaturi­sce la barbarie che avvelena il consorzio umano e con esso tutto il mondo naturale. Ebbene, prosegue Circe, il Sole stesso vendichi tali atti di lesa maestà, permettendo alla propria figlia di ricondurre il mondo nei giusti confini e di restituire un aspetto bestiale ai corpi che nascondono anime irrazionali.
Per Circe, infatti, esiste un’unica via d’uscita: il nesso di verità fra esteriorità e natura profonda, fra parte e tutto, fra parola e cosa dev’essere riaffermato; per questo motivo la «dea terribile dalla voce umana» (così la dipinge Omero) dispiega la virtù magica con cui è capace di sospendere e, all’occasione, di ristabilire le leggi di natura.2 Questo primo dialogo del Cantus raffigura, con la forza di immagini vivide e di parole incisive, la prodigiosa metamorfosi operata da Circe per capovolgere l’apparenza e restaurare la connessione profonda di tutte le cose. Qui l’omerica «dea trecce belle» esercita le sue prerogative di figlia del Sole, agendo come una forza che trattiene il mondo nei suoi cardini e ne impedisce lo sfaldamento, come l’«occolta armonica raggione» che rinsalda la trama invisibile e l’armonia universali.


Con queste ultime considerazioni, ci siamo già incamminati nella ricerca dei significati figurali (dei sensi allegorici) di cui parlano Borista e Alberico, gli interlocutori del dialogo secondo del Cantus, in cui si applicano i precetti dell’ars memoriae. Per ammissione dello stesso Bruno-Borista, il dialogo di Circe contiene molti significati espliciti, impressi nella corteccia o superficie delle parole (multos in ipso verborum cortice sensus explicitos); ma anche innumerevoli sensi riposti, occultati e incisi nel midollo o profonda essenzialità (intentiones quoque medullitus implicitas innumeras) e non certo facili da cogliere (nec facile intelliges3 mette in guardia Borista). Il gran­de affresco in cui appare la statuaria figura di Circe, la signora di Aiaie, può essere utilizzato come un testo denso di immagini e suggestioni, congegnato sapientemente per l’applicazione delle strategie di memoria insegnate da Bruno. Ma c’è molto di più. Bruno ci invita a leggere il Cantus sovrapponendo il primo e il secondo dialogo, intrec­ciando, come in un contrappunto di voci, varie linee e profondità di significato. E allo­ra la voce stentorea di Circe si sovrappone a quella del cultore o artefice della memoria che si misura con il phantasticum chaos, con l’infinito potere generativo dell’immagi­nazione umana, con il compito di cogliere la vivente unità al di sotto della luccicante apparenza delle cose.
Nel De umbris idearum (opera coeva al Cantus e dunque apparsa nel medesimo 1582 a Parigi, assieme alla commedia Candelaio e al De architectura et complemento artis Lullii), Giordano Bruno individua proprio nella capacità di intravedere e contrarre nella propria mente la connessione invisibile di tutte le cose, strutturata per gradi e gerarchie, la pietra angolare di una superiore conoscenza:

Uno è ciò che tutto definisce. Unico è lo splendore della bellezza in tutte le cose. Un solo fulgore risplende nella varietà delle specie. E se lo terrai a mente, metterai un oculare così potente fra i tuoi occhi e le cose universal­mente visibili, che nulla ti potrà sfuggire.4

L’occhio sensibile coglie la superficie caotica della realtà, dove ogni cosa appare come irrelata e dislogata; ma l’occhio della mente è provvisto di un potentissimo oculare che evidenzia sinotticamente ciò che sta nel grembo stesso della realtà. Riteniamo che proprio questa visione sinottica, capace di cogliere il mondo come multicolore unità, sia la condizione aurorale, primaria e fondativa, della gnoseologia nolana. E tale via conoscitiva percorre una scala ascensiva che conduce da ciò che è imperfetto e frammentario a ciò che è più ricco d’essere e di relazioni, ab imperfectis ad perfecta.
Al di sotto del chaos apparente, un unico e medesimo principio vitale informa il mondo fisico e il pensiero umano. Anticipando quanto cercheremo di argomentare nelle prossime pagine, sottolineiamo qui che nel Cantus la superiore capacità di memoria appare come l’esito di un nuovo metodo conoscitivo che – imitando la natura e la magia del vincolo solare di Circe – crea nel mondo logico architetture e simmetrie, governa il chaos delle percezioni sensibili e delle rappresentazioni, instancabilmente riconduce la multiforme e frammentaria varietà degli enti logici al loro principio unita­rio. Il conoscere memorativo di Giordano Bruno si configura come un sapere architet­tonico, cioè un’arte delle arti, una logica inventiva-combinatoria-ordinativa che consente di esaminare e perfezionare i principi di tutte i saperi particolari.

Le figure, i sigilli, le statue, le architetture, i paesaggi interiori inscritti nella memoria racchiudono in sé – come la Circe del nostro dialogo – una struttura vivente di nessi e di significati. Un cosmo interiore, in cui l’immaginazione, la ragione che pensa per immagini e la memoria eidetica sono il fondamento della conoscenza e dell’azione effettuali, misurate, virtuose.
La memoria ben ordinata diventa a sua volta il supporto e la «discursiva architectura» in cui si innestano ulteriori conoscenze. Il supporto e i dati che in esso incessantemen­te si imprimono si influenzano a vicenda. Ogni parte dialoga con il tutto e, come in uno specchio vivente, illumina significati sempre nuovi. La conoscenza memorativa di Bruno non è pertanto una semplice mnemotecnica, ossia un insieme ben congegnato di artifizi capaci di rafforzare la naturale disposizione al ricordo; è per contro un’arte del giudizio e della connessione, che consente, da un lato, di smascherare le false credenze e, dall’altro, di edificare un sapere innovativo.

3. La corteccia e il midollo
Ma torniamo alla «saga», lungimirante, preveggente Circe che col suo canto demolisce ogni ipocrisia. Assistita dall’ancella Moeris, Circe invoca le sette divinità planetarie e compie